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alberto figliolia

@phigliolia

Viaggiatore sognante: nel profondo, nel quotidiano. La poesia è fuga verso altri mondi e realtà: geografie interiori, l'inconosciuto; immersione, esplorazione.

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Uno spettrale corridoio rosso come l’indefinito della mia angoscia. Quando la notte arriva i fantasmi iniziano a tormentarmi: così banale così vero. Ho l’illusione di partire e sono fermo. Una zaffata di caldo d’improvviso mi investe prima che le porte si chiudano.

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Prima che le porte si schiudano dell’inferno. Ho il doppio dell’età di Nostro Signore, eppure sono agnostico. Ma so che la Bestia può abitare l’uomo. È lo spettacolo quotidiano imbandito senza ritegno. Un soffio pneumatico, un sibilo similagonico. Voglio perdermi nell’innocenza.

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A che specie appartengo? A coloro che sgomitano nel fango? Agli sgominatori di armonia? Ai rabdomanti di un senso recondito? Ai palombari nei violenti colori del tramonto e della nostalgia? O a coloro che si perdono nella fuga delle nubi?

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Obesità colorate. Cagnolini con vezzosi nastri. Incroci di treni sotterranei e luci in frammenti a perdersi nelle tenebre. Il monitor rimanda labiali stranieri. Un senso di estraneità mi coglie nella forzosa mimesi.

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Ore 6 del mattino. Sette silenzi individuali alla fermata della 58: così impenetrabili da fare paura. Acquerugiola sulle foglie morte, tappeto crocchiante in distonia. Il popolo dei pendolari è già in marcia, nella stasi.

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Dentro pare il bus un albero di Natale ambulante: luci verdi, bianche e rosse lampeggiano, giocano, senza allegria. Solo il silenzio -lo stesso, un altro- teste chine in un ultimo sonno aguzzo, indeciso, inquieto, illusorio barlume di quiete, e rari colpi di tosse.

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Un turbante marrone e una barba imponente altezzosi vanno sul lungolago. Contraltare su una panchina un cappello blu elettrico e una giacca gialla; accanto, sulla pietra fredda, un giornale aperto dalle dita del vento. Un pescatore tira su orgoglioso una preda viscida.

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Una giovane dal grande seno danzava su uno scoglio, il mare intorno spumeggiava, sulle ali del vento parole lontane e io andavo, sequenza di fotogrammi, con la mano sulla spalla di un amico lungo la riva scoscesa in cerca di qualcuno ma non sapevo (o non ricordavo) chi.

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Io chi sono? Chi sono io a me stesso? Sono la belva che dimora nel cuore dell’uomo o sono colui che piange per ogni essere crocifisso? Sono l’ombra del mostro o sono la mano che accoglie pietosa quella dell’ultimo? Io chi sono? Chi sono io a me stesso? Chi siamo noi uomini?

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Lo stilista sulla colonna, nudo: solo un cencio, ma elegante, nella zona pelvica. Sotto di sé, nella polvere del deserto, a piedi scalzi adoranti torme.

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Un uomo a quattro ruote. Una vamp lilla su uno schermo al plasma e un altro schermo che biascica false notizie. Una signorina sola legge Hugo sulla panchina. Aspetto di fronte a un corteo di fucilati. Sentimenti elettrici per un cuore in via di spegnimento. Una litania di morte.

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Rimbalza il tagalog fra i neon frazionati e incolonnati come gli umani; fuori dal treno, a ogni stazione, manifesti di vampiro (sempre lo stesso). Annunci meccanici si susseguono nell’aria artificiale. Ieri una poetessa con una calza rotta declamava versi in un’aula di dolore.

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Attraverso la nebbia. Ai margini parvenze d’alberi, scheletriti pioppi, campi spersi. In strada i fanali delle auto sono rossi occhi che si muovono in un grigio oceano di vapore, simulacro del nulla.